Categorie
Books

Biocentrismo. La nuova teoria del tutto.

Biocentrismo. L’universo, la coscienza, la nuova teoria del tutto. Sembra un titolo da libro new age di quelli che gli adepti di fantomatiche sette vendono sulle strade. E invece no. L’autore principale, Robert Lanza, fa parte della lista dei 100 personaggi più influenti del pianeta. Non in quanto guru ma in quanto medico, ricercatore sulle cellule staminali, scienziato. Per questo il libro va soppesato diversamente nonostante l’incredibile teoria che espone. Invece di recensire il libro in maniera classica, riporto qui i 7 principi del biocentrismo, mettendoci qualche particolare in più di mio, avendo appena chiuso l’ultima pagina.

Primo principio del biocentrismo. In sostanza noi non percepiamo altro che le nostre percezioni. La realtà è filtrata in tutto e per tutto dalla nostra coscienza. E’ fuorviante sostenere che esiste una realtà e quindi uno spazio esterno a noi, in quanto lo spazio è un concetto della mente.

Secondo principio del biocentrismo. Questo secondo principio si ricollega al primo essendone diretta conseguenza. Nega la possibilità di scindere tra percezioni “interne” ed “esterne”; tutte le percezioni alla fine sono interne, come esplicitato nel primo principio.

Terzo principio del biocentrismo. La fisica quantistica pone moltissimi dubbi sulla realtà, dubbi espressi anche da Eintein nella celebre frase “Dio non gioca a dadi”. Noi riusciamo ad individuare un elettrone (ad esempio) solo quando lo “misuriamo”, quando non lo “osserviamo” non sappiamo più dov’è, è in una nuvola di possibilità. Quindi questo ed altri famosi esperimenti quantistici ci inducono a pensare che la realtà esiste come l’intendiamo noi solo quando c’è un atto volitivo e cosciente che vuole osservarla. Stasera mi cucino due uova e la cucina esiste perché sono qui, ed inondo i mobili di fotoni e le mie connessioni celebrali traducono in vista queste percezioni: e quando vado a letto esiste ancora la cucina? Senza la presenza di un osservatore cosciente – recita testualmente il principio – esiste solamente uno stato indeterminato di onde di probabilità.

Quarto principio del biocentrismo. Come il secondo principio è strettamente legato al primo, questo porta all’estrema conseguenza il terzo. Se sono stanco e voglio sedermi su questa sedia, quest’atto volitivo corredato dalle mie percezioni fa sì che questa sedia sia ora e qui, sotto il mio sedere. Questo avviene normalmente negli esperimenti di fisica quantistica, dove la realtà della micromateria è un agglomerato di probabilità, di onde di possibilità che collassano in un punto e fotografano una realtà precisa solo quando strutturo delle condizioni di misurazione, e queste condizioni sono provocate dalla mia coscienza e volontà di misurare. Senza la coscienza la “materia” è solo probabilità, l’universo è solo probabilità, il passato è probabilità, figurarsi il futuro!

Quinto principio del biocentrismo. Il quinto principio è quello più sconvolgente e centrale nella teoria di Robert Lanza e Bob Berman (coautore). Abbiamo fin qui visto come la realtà non sia qualcosa di staccato da noi, ma creato da noi attraverso la nostra coscienza. Se riflettiamo anche sul fatto che nell’universo ci sono delle particolari condizioni che permettono la vita (oltre 30 parametri) e che una piccola variazione di questi parametri cancellerebbe la vita nel cosmo cosa ne deduciamo? che siamo fortunati? che probabilità c’è che questo accada? Infinitesimale se ragioniamo in questo modo, se cioè pensiamo che l’universo abbia creato la vita, tutto torna invece se pensiamo nel modo opposto, cioè che è la vita ad aver creato l’universo.

Sesto principio del biocentrismo. Il tempo è relativo (già detto da Einstein). Vi ricordate da piccoli? disegnavamo su dei foglietti delle piccole variazioni di un gatto o un cane. Scorrendo poi le immagini velocemente il nostro cervello ne traeva la sensazione di movimento. Il tempo è la consecutiva registrazione di cambiamenti di stato. Tutto qua.

Settimo principio del biocentrismo. Nel celebre esperimento quantistico delle particelle gemelle, quando noi “produciamo” assieme due particelle queste hanno dei versi opposti (spin sù l’una e spin giù l’altra). Se cambiamo il verso ad una si cambia anche l’altra in automatico, se cambio il verso nel futuro ad una l’altra lo cambia nel passato (e questo riguarda ancora il tempo). Ma la cosa incredibile è che se metto dello spazio in mezzo alle due particelle queste due restano sempre opposte, metto un metro di spazio? non cambia niente, metto dieci metri, un kilometro? non cambia niente. Metto in mezzo l’universo? ancora queste particelle rimangono legate e se cambio verso ad una l’altra lo cambia subito. Che è dunque lo spazio se non un prodotto della nostra coscienza?

Spero che questi punti siamo sufficienti ad attrarre l’attenzione verso questo libro. Ma lascio l’ultima riflessione su un tema toccato alla fine. Lanza e Berman non trattano questi temi sotto il profilo religioso ma solo sotto quello puramente scientifico. Di una cosa però gli autori sono convinti: se è la coscienza a creare la materia, non ha alcun senso parlare di morte della coscienza con la morte del corpo. La coscienza continuerà la sua vita in una forma a noi oggi non conoscibile.

Categorie
Books

Ammazziamo il Gattopardo

Ammazziamo il Gattopardo. E’ il titolo dell’ultimo libro di Alan Friedman che campeggia in bella vista su tutte le vetrine delle principali librerie. Ma siccome la lettura in Italia è comunque in calo, penso di fare un buon servizio a chi non l’avesse ancora letto, dando una mia personale impressione sul libro, visto che parte da vicende dagli anni ’80 del secolo scorso in poi, quindi ripercorre in sostanza la mia vita da quando avevo la sensazione di capire qualcosa (15 anni)…

Iniziamo dal titolo che evidentemente rievoca il famoso libro nonché film. Ammazziamo il Gattopardo significa dunque come intervenire su quella strana congiuntura tra politica e forze economiche, che invece di promuovere lo sviluppo ed il rinnovamento di un paese, ne hanno decretato l’immobilismo e la progressiva terzietà rispetto ai principali paesi europei.

Non sembrava così negli anni ’80, dalla cui disamina il libro parte. Nel decennio d’oro l’Italia era la quinta economia mondiale (così almeno diceva Friedman all’epoca) proiettata verso un ruolo primario anche politico. La scena economica era dominata da poche famiglie capitaliste tradizionali (in primis gli Agnelli), Mediobanca, ed alcuni outsider (De Benedetti, Berlusconi) che cercavano di farsi strada. Da qua però iniziano i veri guai, in particolare l’apertura sconsiderata dei bocchettoni della spesa pubblica (la cui incidenza sul PIL era allora il 60%, oggi 133%), per contenere la possibile ascesa del “comunismo” (ricorrente spaventapasseri delle vicende italiane dal primo dopoguerra con propaggini anacronistiche fino ad oggi).

Da qui Friedman salta a raccontare passo passo il ruolo di Giovanni Napolitano in particolare nel periodo 2011-2013, anni in cui – secondo Friedman – Napolitano parve travalicare il tradizionale ruolo superpartes di un Presidente della Repubblica. Ho trovato questa parte del libro anche troppo dettagliata ed indugiante. Se per esempio Napolitano nel novembre 2011 ha sostituito (fatto dimettere) Berlusconi con Monti, mi pare abbastanza comprensibile che un passo del genere non poteva essere architettato in una settimana. Passo passo si arriva così fino allo show-down di Berlusconi, con la rinascita di Forza Italia e l’ascesa di Renzi.

Ammazziamo il Gattopardo continua con il resoconto di una intervista a Dalema, che si può scorrere perchè non aggiunge nulla di interessante ed approda al capitolo centrale per la tesi di Friedman, ove si enucleano i mali dell’Italia (malgoverno, clientelismo, corruzione, la palude burocratica, cose note insomma) ma soprattutto si cerca di spiegare da dove nasce la resistenza italiana ad ogni cambiamento. In Italia, e sono d’accordo, si parla sempre di cambiamento ma, gattopardianamente, tutto cambia per lasciare tutto così com’è. Il nocciolo centrale è il corporativismo, quel sistema di protezioni corporative per cui ognuno – all’interno del proprio “compartimento” – non vuole rinunciare ai diritti acquisiti: così è per il politico e i suoi privilegi, il lavoratore a tempo indeterminato, il professionista con l’albo e le sue tariffe, il dirigente pubblico, il pensionato d’oro. Ognuno, per la sua parte, “resiste” al cambiamento, in un sistema che non libera le risorse e rimane ancorato ad una sorta di feudalesimo.

Qual è dunque la ricetta di Friedman? E’ presto detto nel capitolo successivo:

  • Serio abbattimento del debito
  • Diminuzione del cuneo fiscale e norme nuove per il lavoro
  • Minimo vitale (da non confondersi con lo stipendio di “cittadinanza”)
  • Tagli alle pensioni d’oro (più per “giustizia” che per un vero ritorno economico)
  • Investire sull’occupazione femminile (in questo caso per il ritorno positivo sul PIL, non per “giustizia”)
  • Meritocrazia vera all’interno della pubblica amministrazione
  • costi standard nella sanità (risparmio consistente) e taglio delle competenze alle Regioni (con conseguente riforma del titolo V)
  • Patrimoniale “leggera”
  • Vera sana liberalizzazione del mercato
  • Concerto e unisono dei vari provvedimenti

Non entro nel merito dei singoli capitoli di riforma, per 3 ordini di motivi:

A) Nessuno di questi provvedimenti è di per se una novità; se ne sente parlare tanto e da tanto; tuttavia Friedman dà per ognuno di essi degli interessanti suggerimenti “operativi” che invito a leggere. Da vent’anni a questa parte nessuno di questi capitoli è stato affrontato veramente con schiettezza e serietà, ma probabilmente più che una questione di metodo, si trattava appunto del… Gattopardo.

B) Nessuno di questi provvedimenti, da solo, può far qualcosa; ormai si tratta di un sistema olistico: se non si muovono tutte le pedine assieme crolla il castello. Esempio pratico: non si può abolire parzialmente l’articolo 18 e la cassa integrazione straordinaria senza un sistema di welfare efficiente e sostitutivo, inclusovi la riforma copernicana dei job center.

C) Il capitolo successivo (il 10) nonchè penultimo del libro racconta di un’intervista fatta a Matteo Renzi pochi giorni prima il suo insediamento come segretario del PD. L’oggetto dell’intervista è proprio un confronto serrato su questi temi, un confronto point-to-point tra la ricetta Freidman ed il Renzi pensiero. Va Letto integralmente.

Ma Friedman non sapeva ancora come sarebbero andate le elezioni europee… il suo “Ammazziano il Gattopardo” ha visto la luce nelle librerie prima di questo fondamentale evento. L’eclatante risultato (oltre 4 italiani su 10 han dato il proprio voto al principale partito di governo) non va letto come “adesione ad un partito”, quanto piuttosto come “speranza” che sia finalmente arrivato qualcuno determinato ad ammazzare il Gattopardo. Non ha più importanza la “destra”, la “sinistra”… sono categorie del passato; ha importanza il fatto che – come dice Friedman – siamo ormai ai tempi supplementari e o noi ammazziamo il Gattopardo, o questo ammazza noi.

Sembra che sempre più italiani lo vogliano, anche indipendentemente dal loro originario credo politico. Suggerisco dunque senz’altro di leggere questo libro soprattutto alla luce di questi ultimi avvenimenti politici.

Categorie
Attualità Books

Austerity go home!

Austerity go home. False ideologie e studi economici mal condotti hanno portato l’Europa in una progressiva morsa letale, da cui rischiamo dirampini non liberarci mai più. L’ideologia a cui mi riferisco è quella del rigore, cioè quell’apparato di norme e limiti a cui i paesi UE sono sottoposti. Ad esempio il famoso rapporto deficit/PIL, che dev’essere contenuto entro il 3%, oppure quella per cui il debito pubblico dev’essere inferiore al 90% rispetto al PIL etc. etc.

Ma chi l’ha detto che dev’essere così? I fatti stanno a dimostrare che i paesi liberi da queste “norme”, ad es. gli USA o il Giappone, hanno una flessibilità e una capacità di reazione 1000 volte superiore a quella europea, anche se hanno il debito a 130% o spingono il deficit anche oltre 10% (senza austerity dunque).

E’ proprio questa la lezione più importante: la capacità di “immagazzinare” energie nei tempi buoni ed investire pesantemente nei tempi bui; la buona e vecchia lezione di Keynes insomma, che Ben Bernanke ha fatto sua aprendo le riserve americane ad acquisti mensili massicci immettendo tonnellate di denaro fresco in circolo. E la BCE? Quali i suoi reali spazi di manovra?

Su questi temi illumina il breve leggibilissimo libello di Federico Rampini, “la trappola dell’austerity”. Un libriccino – corredato alla fine anche di estratti e pareri di alcuni economisti – che si legge in un paio di sere e che dà uno sguardo d’insieme completo e… desolante.

Costretti a forza da regole che hanno quasi del superstizioso (entro il 3… come fosse un numero magico) l’Europa sta vivendo gli effetti a dir poco negativi di una cura, quella dell’austerity appunto, che invece di essere una medicina temporanea o un’intervento d’urgenza, sta diventando la terapia costante di un malato cronico che non riesce più a rialzarsi.

I continui salassi, riduzioni, aumenti di iva, tagli ai servizi sociali, al welfare e quant’altro che fanno se non ridurre i consumi ed il potere d’acquisto? L’effetto finale è che mai si arriverà al quel benedetto 3%, perché nel frattempo ognuna di queste misure abbatte il PIL e lo riduce, innescando un paradosso simile a quello di Achille che non raggiungeva mai la tartaruga.

Purtroppo, conclude Rampini nel suo libro, “L’errore tragico dell’austerity” al netto ovviamente di eventuali ripensamenti ed auspicabili cambi di strategia “sarà un fattore determinante nel bruciare un’intera generazione di giovani europei”.

La posta è quindi molto alta, e riguarda soprattutto le generazioni future. Un libro che consiglio senz’altro di leggere.