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Austerity go home!

Austerity go home. False ideologie e studi economici mal condotti hanno portato l’Europa in una progressiva morsa letale, da cui rischiamo dirampini non liberarci mai più. L’ideologia a cui mi riferisco è quella del rigore, cioè quell’apparato di norme e limiti a cui i paesi UE sono sottoposti. Ad esempio il famoso rapporto deficit/PIL, che dev’essere contenuto entro il 3%, oppure quella per cui il debito pubblico dev’essere inferiore al 90% rispetto al PIL etc. etc.

Ma chi l’ha detto che dev’essere così? I fatti stanno a dimostrare che i paesi liberi da queste “norme”, ad es. gli USA o il Giappone, hanno una flessibilità e una capacità di reazione 1000 volte superiore a quella europea, anche se hanno il debito a 130% o spingono il deficit anche oltre 10% (senza austerity dunque).

E’ proprio questa la lezione più importante: la capacità di “immagazzinare” energie nei tempi buoni ed investire pesantemente nei tempi bui; la buona e vecchia lezione di Keynes insomma, che Ben Bernanke ha fatto sua aprendo le riserve americane ad acquisti mensili massicci immettendo tonnellate di denaro fresco in circolo. E la BCE? Quali i suoi reali spazi di manovra?

Su questi temi illumina il breve leggibilissimo libello di Federico Rampini, “la trappola dell’austerity”. Un libriccino – corredato alla fine anche di estratti e pareri di alcuni economisti – che si legge in un paio di sere e che dà uno sguardo d’insieme completo e… desolante.

Costretti a forza da regole che hanno quasi del superstizioso (entro il 3… come fosse un numero magico) l’Europa sta vivendo gli effetti a dir poco negativi di una cura, quella dell’austerity appunto, che invece di essere una medicina temporanea o un’intervento d’urgenza, sta diventando la terapia costante di un malato cronico che non riesce più a rialzarsi.

I continui salassi, riduzioni, aumenti di iva, tagli ai servizi sociali, al welfare e quant’altro che fanno se non ridurre i consumi ed il potere d’acquisto? L’effetto finale è che mai si arriverà al quel benedetto 3%, perché nel frattempo ognuna di queste misure abbatte il PIL e lo riduce, innescando un paradosso simile a quello di Achille che non raggiungeva mai la tartaruga.

Purtroppo, conclude Rampini nel suo libro, “L’errore tragico dell’austerity” al netto ovviamente di eventuali ripensamenti ed auspicabili cambi di strategia “sarà un fattore determinante nel bruciare un’intera generazione di giovani europei”.

La posta è quindi molto alta, e riguarda soprattutto le generazioni future. Un libro che consiglio senz’altro di leggere.

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Come risparmiare un’ora al giorno

Come risparmiare un’ora al giorno. Titolo originale: how to save an hour every day. Un libro che cambierà il vostro modo di gestire il tempo.

Antefatto: il mio amico Mike, in qualità di consulente, viaggia molto ed ha la capacità di disseminare le scrivanie di varie aziende dei libri che sta leggendo.

L’ultima volta ha lasciato un pacco di libri in inglese, tra cui spiccava questo “how to save an hour every day”, letteralmente come risparmiare un’ora al giorno. Tra me e me pensavo fosse la solita “americanata”, uno tra i tanti libri manageriali stile “nessun problema solo opportunità”, “i 5 segreti del successo”, “come conquistare il pubblico in 10 minuti”, ed altre minchiate del genere, e quindi l’ho preso e messo in borsa pensando di leggiucchiarlo in treno giusto come ripasso dell’inglese.

Leggendolo invece ho scoperto che l’autore è un coach brillante e conosciuto, tale Michael Heppel, autore di diversi libri e di un sito a suo nome, all’indirizzo www.michaelheppell.com, dove si trovano molte risorse, acquistare i suoi libri etc.: evidentemente uno che ha fatto branding di se stesso.

Il libro però è veramente divertente, ed invito a leggerlo anche a causa del suo inglese fluido leggibile anche da un B1. Le mille trovate che si trovano scritte per risparmiare tempo sono realistiche, ad esempio come usare meglio le mail (che non dovrebbero essere usate al posto delle conversazioni), come organizzare riunioni più efficaci che facciano risparmiare tempo (anziché meeting fiume), come organizzare il proprio PC, come telefonare più efficacemente, come fare To-do-list veramente utili, come tenere a mente le vere priorità e “secondarizzare” il resto.

Alla fine però sono due le cose che mi hanno colpito di più:

A) Organizzare la propria settimana in 3 tipologie di giornate, Key days, Stuff days e Me days. Uno pensa di avere sempre giorni chiave, non è vero! Un giorno chiave è quello dove prendi decisioni importanti, firmi contratti da un milione, approvi la campagna pubblicitaria, assumi una persona importante, fai una riunione fondamentale. In queste giornate la concentrazione dev’essere massime e non ci si deve “sconcentrare” a guardare la posta, sistemare i file etc. Ci sono una / due giornate di questo tipo alla settimana. Lo stuff day è invece una giornata di tipo organizzativo: posta, mail, firmare fatture, buttare carte vecchie, fare la nota spese etc. Ma anche in casa: sistemare il garage, domiciliare una bolletta, fare le spese, portare il figlio dal dottore… Il Me day è il giorno dedicato a se stessi ed alla propria famiglia / figli: guai in questi giorni lavorare o fare attività varie; questi giorni servono a ricaricare le pile e devono essere realmente “ricreativi”. Solo i più bravi sono in grado di organizzarsi per avere almeno due Me days alla settimana.

B) Scopo del risparmio del tempo non è per lavorare di più o guadagnare di più o simili, ma semplicemente avere più tempo per fare ciò che è veramente importante per se stessi e per la propria vita: può essere lavorare di più per qualcuno, per altri più semplicemente comprare un disco jazz in vinile ed ascoltaselo in pace sorseggiando una buona Guinness, o suonare la chitarra con i propri figli.

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Fuga da Facebook

Fate piano! E non vi allarmate! Fuga da Facebook è semplicemente il titolo di un libro di Marco Camisani-Calzolari, edito da Carte Scoperte ed uscito qualche mese fa. Io l’ho letto adesso e non avendo il tempo di andare alla libreria Hoepli di Milano tutte le settimane come facevo una volta, va da sè che leggo i libri in ritardo sulla loro uscita.

Torniamo a Fuga da Facebook.

Dietro questo titolo apparentemente “anti-consumismo” (o “consumeristico” come si diceva una volta) ci troviamo invece di fronte ad un testo molto equilibrato. L’autore si capisce ci mastica davvero di digital marketing e si pone diciamo così in una posizione mediana tra il fideistico ottimismo di tutti quelli che basta dire social network e qualunque cavolata va bene, ed i detrattori tout court, per i quali qualsiasi forma di integrazione sociale digitale è un’emanazione del grande fratello di Orwelliana memoria.

Le cose che ho apprezzato di più di Fuga da Facebook sono: brevità (100 pagine), si legge in una notte insonne e senza amore; focus sull’argomento senza ampollosità e digressioni; svariate citazioni di ricerche recenti con ampi stralci riportati direttamente nel libro (evviva!).

E gli argomenti? Non li dico tutti altrimenti vi tolgo il piacere della lettura… ma citiamone alcuni.

Ad esempio l’autore dimostra la vana prosopopea di chi si riempe la bocca della parola ROI senza conoscerne veramente il significato, o pensando si possa valutare i social media sulla base di un presunto “utile” senza considerare che gli utenti che usano Facebook sono li per divertirsi, svagarsi, parlare con gli amici, prendersi appuntamenti, invitarsi a feste o alla prossima immersione subacquea… non sono certo li per acquistare, fare dei focus group sulla marche o dare punteggi ai prodotti! D’altra parte molti gestori di pagine aziendali su FB fanno di tutto per aumentare i fan, quasi fosse un obiettivo a sè stante dimenticandosi che il cammino da fan di una fanpage ad acquirente è lungo e tortuoso se non si hanno le idee chiare.

Oltre a ciò l’autore mette in luce alcuni aspetti poco conosciuti. Al esempio il fatto che non sempre dietro ai “mi piace” c’è il click di una persona, oppure il fenomeno dei followers finti. Anche il fatto che – nonostante lo strumento sia dichiaratamente gratis – una fonte di guadagno è la promozione dei post che nella media raggiunge solo il 17% dei fan, è oggetto di riflessione.

Ma il punto dell’autore di Fuga da Facebook non è quello, sic et simpliciter, di mettere in guarda da Facebook o da altre piattaforme social.

L’ottica è comunque un’ottica professionale che porta il lettore verso la fine del libro a considerare una strategia globale dove il social sia una componente (importante sì, ma una componente) che veda nella “casa della Marca” il punto focale. Per trasformare accessi in conversioni, fan in clienti, bisogna ricondurre le persone (persone ho scritto) al”ovile dell’azienda, cioè a quel luogo (il sito ufficiale per esempio) dove la marca ed i suoi prodotti parlino francamente, mostrando prezzi ed opportunità, offerte e conversazioni sui prodotti, spazi per l’aftersales o per chiedere istruzioni. A questa strategia (back home strategy la chiama il Camisani-Calzolari) vorrei solo aggiungere i valori della marca ed il posizionamento distintivo e differenziante dei prodotti, giusto per dare un pizzico di marketing“tradizionale”.